Chiede un certificato al comune, ottiene un’esperienza spirituale

ROMA – Era entrato all’anagrafe con un obiettivo chiaro e misurabile: ottenere un certificato. Ne è uscito dopo due ore con una nuova consapevolezza interiore, una profonda accettazione del destino e la sensazione che il tempo sia solo un costrutto umano.

Secondo quanto riferito dai presenti, l’uomo aveva ingenuamente pensato che “avendo tutti i documenti” la pratica potesse concludersi in tempi ragionevoli. Una convinzione che gli è stata smontata allo sportello già alla prima frase dell’impiegato: “Secondo me…”.

Da quel momento, la richiesta amministrativa ha lasciato progressivamente spazio a un percorso iniziatico fatto di silenzi, sospiri, clic lenti del mouse e frasi come “non è che non si può, è che non è così semplice”.

Testimoni raccontano che il cittadino, dopo il terzo “torni domani”, abbia smesso di fare domande e iniziato a fissare il vuoto, raggiungendo uno stato di pace paragonabile a quello dei monaci tibetani. “A un certo punto non voleva più il certificato”, riferisce un altro utente in coda. “Voleva solo capire chi fosse davvero”.

L’impiegato, dal canto suo, ha dichiarato che la pratica “era quasi pronta”, ma mancava un modulo non richiesto, non segnalato e disponibile solo il giovedì perchè l’impiegato che trasporta i documenti tra un ufficio e l’altro è in malattia e lo sostituisce gratuitamente un collega (poi si dice male ai dipendenti pubblici! ndr.) che dedica un giorno alla settimana a questo scopo e per il quale ha ricevuto una targa d’onorificenza appesa all’ingresso tra il distributore del caffè e la statua di Giulio Cesare.

Alla fine l’uomo è uscito senza documento, ma con una rinnovata fiducia nel concetto di attesa, una maggiore tolleranza alla frustrazione e la certezza che nulla, nella vita, è urgente quanto sembra.

Il certificato verrà forse rilasciato la prossima settimana. L’illuminazione, invece, è permanente.

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