“Come stai?”
“Bene.”
Una risposta automatica, rapida, indolore. Peccato che spesso non sia vera nemmeno un po’. Fare finta di stare bene è diventato uno sport nazionale, una consuetudine tramandata di generazione in generazione, come le ricette di famiglia o il senso di colpa.
Non serve stare davvero bene. Serve sembrare funzionali.
Il “bene” di cortesia
Il “bene” che diciamo agli altri non è uno stato emotivo, è una formula di chiusura.
Serve a evitare spiegazioni, silenzi imbarazzanti e domande a cui non abbiamo voglia di rispondere.
Dire “sto così così” apre conversazioni.
Dire “non sto bene” apre voragini.
Dire “bene” chiude tutto. E via avanti con la giornata.
È il bene da ascensore, da ufficio, da chat di gruppo. Un bene pratico, sintetico, totalmente scollegato dalla realtà.
Recitare normalità è stancante
Fare finta di stare bene richiede energia.
Bisogna sorridere al momento giusto, rispondere con il tono giusto, non sembrare troppo silenziosi ma nemmeno troppo presenti.
È una recita continua:
- sembrare produttivi
- sembrare tranquilli
- sembrare “a posto”
Il problema è che, a forza di sembrare, ci si dimentica di essere. E alla sera, quando finalmente non c’è più pubblico, arriva la stanchezza vera. Quella che non passa dormendo.
Perché continuiamo a farlo
Perché è più semplice.
Perché spiegare come stiamo davvero richiede tempo, parole e un minimo di coraggio.
Perché non sempre dall’altra parte c’è qualcuno che vuole davvero ascoltare.
Così continuiamo: bene, tutto ok, dai si va avanti.
Non è una bugia cattiva. È una bugia di sopravvivenza.
Fare finta di stare bene non significa essere falsi.
Significa, molto spesso, essere stanchi.
E andare avanti lo stesso.


